I Vini
 

 
Viaggio tra le nostre vigne

Il futuro in bottiglia

Cambiano vigne e vini, e solo la qualità ed una nuova mentalità garantiranno un costante sviluppo della nostra industria più antica

Che il vino dei Castelli Romani sia uno dei migliori vini italiani, ora iniziano ad ammetterlo anche gli intenditori più ostili, per antichi pregiudizi importati a Roma soprattutto dei piemontesi subito dopo l'Unità d'Italia. Quello che però è più interessante, è forse ciò che sta cambiando nel mondo vitivinicolo dei Castelli Romani. In oltre due millenni di storia, lungo i quali mai si è interrotta la tradizione enoica, il modo di coltivare la vite e di trarne il vino è più volte profondamente cambiato.
La struttura della produzione sta cambiando radicalmente, e come in tutti i processi di trasformazione in corso, non pochi sono i pericoli in agguato. Le tumultuose vicende fondiarie ed urbanistiche che hanno caratterizzato il secondo dopoguerra, sino ai nostri giorni, hanno messo a rischio il futuro della migliore produzione vitivinicola castellana. In un complesso intreccio di cause ed effetti, abbiamo assistito ad una trasformazione sociale, economica e culturale che renderebbe irriconoscibili i Castelli a chi li venisse a rivisitare oggi dopo quaranta anni.
Se allora la coltivazione della vite sulle migliori colline del Vulcano Laziale rappresentava il fondamento dell'economia locale e il lavoro nell'edilizia romana, nella nascente industria e nel quasi inesistente terziario veniva visto come integrazione o aiuto alla famiglia, oggi i termini sono in un certo senso ribaltati. Le migliori colline vitivinicole sono state sventrate da una incosciente e rapace edilizia di rapina, fondamento di una classe politica locale squallida ed insensibile ad ogni iniziativa di valore. Il profitto personale, meschino, ha guidato personaggi di bassa tacca i quali, catapultati su posizioni di potere, con un bagaglio culturale che difficilmente andava oltre la terza elementare, hanno devastato in pochi decenni quella che era una delle più belle e decantate zone d'Italia.
Questo processo perverso è stato inoltre accelerato dalla distribuzione delle terre della fine degli anni quaranta. Quella che appariva come una grande conquista politica e sociale, ha in realtà creato i presupposti per una più rapida distruzione del territorio. Furono allora piantati ettari ed ettari di vigne, migliaia di piante d'ulivo e di alberi da frutta, ma ben presto, per rincorrere miraggi di benessere, i terreni furono mano a mano venduti o trasformati in villette che hanno cancellato ogni potenziale agricolo.
Le cantine sociali, che secondo le intenzioni degli inizi dovevano aiutare a sopravvivere anche il piccolo produttore, che lavorava la terra a tempo perso, hanno mancato l'obbiettivo. La superficie vitata è in sempre più rapida decrescita e le cantine sociali non sempre riescono a sfruttare pienamente le potenzialità che il prodotto castellano offrirebbe. Da qualche tempo a questa parte c'è addirittura chi vorrebbe abolire i vari DOC della zona, per sostituirli con uno unico "Castelli Romani". Si potrebbe disquisire molto su questo aspetto, ma qui basti dire che si tratta di un'idea cretina, chiunque l'abbia partorita.
Ma torniamo alla trasformazione in corso. Negli ultimi anni segnano una crescente affermazione diverse ditte produttrici piccole e medie, alcune 'a ciclo completo', dalla vigna alla bottiglia, altre che acquistano le uve da diversi piccoli produttori che poi vinificano ed imbottigliano in proprio ed altri ancora che imbottigliano e commercializzano solamente. Ne abbiamo visitate due che rappresentano, a nostro avviso due esempi delle potenzialità che la viticoltura castellana ancora offre. Sotto Genzano, a due passi da Monte Giove, incontriamo Giuseppe Maggi, che manda avanti una azienda di circa otto ettari assieme a due figli. Non è una battaglia facile la loro.
Ma nonostante ciò il lavoro va avanti, segnando una rapida trasformazione. Le vecchie "poste", le famiglie romane cui si forniva direttamente il vino, stanno scomparendo. Non si beve più come una volta, ed il vino (o roba simile) in confezione di cartone incomincia a prendere piede attraverso la distribuzione di massa. L'unica risposta è la qualità del prodotto e la conquista di nuovi canali di distribuzione, attraverso i supermercati dell'area o la distribuzione attraverso gli alimentari romani raggiunti dai distributori del pane di Genzano. L'azienda agricola Maggi rappresenta in un certo senso la tradizione antica che si è saputa trasformare ed innovare, adeguandosi rapidamente alle nuove esigenze del mercato.
Nuova, si fa per dire, è invece l'esperienza assai interessante dell'azienda agricola Camponeschi, ben piantata sulle classiche colline ai piedi di Lanuvio. Circa trenta anni fa il ristoratore romano di origini sabine, Marino Camponeschi, acquistò una vigna, la quale, pezzo a pezzo si è accresciuta fino agli odierni diciotto ettari. La categoria è quella medio-alta e la distribuzione avviene attraverso ristoranti ed enoteche. L'azienda Camponeschi spedisce in tutta Italia e la sua notorietà ha raggiunto ad esempio anche Sondrio, dove ha conquistato uno dei suoi tanti fedeli clienti. La ricerca della massima qualità qui raggiunge una punta massima, con la stagionatura in botti speciali di rovere, per la realizzazione di un vino che nulla ha da invidiare ai vini di altre zone d'Italia o d'Europa.
Se dopo quasi trecento anni il francese De Brosses tornasse dalle nostre parti, non dovrebbe più potersi permettere la famigerata frase: "...quel liquido giallastro che si ostinano a chiamare vino."


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